“Tutto è nato da un viaggio nelle Cinque Terre di una decina d’anni orsono. Mi sono trovato di fronte ad un territorio straordinario ma in piena emergenza, era come la Langa negli anni 60/70. Un senso di totale abbandono, soprattutto da parte dei giovani che sceglievano la strada più facile e più remunerativa della fabbrica. Di fatto il territorio delle Cinque Terre si trovava senza giovani che potessero dare continuità al mestiere dell’agricoltura, della vigna e del vino”.
Il vino delle Cinque Terre ha una storia lunghissima. Era già famoso ai tempi dell’Impero Romano come prova la testimonianza di Plinio. Nel Medioevo ne sono rimasti incantati Re e Papi e l’hanno lodato poeti dal Petrarca a Eugenio Montale. Monsignor Agostino Giustiniani, nel 1535, così descrive la “verticalità” e l’unicità di questo territorio: “Nelle Cinque Terre sembra che non ci sia spazio per l’uomo: l’uomo sembra sbattuto dal mare contro l’alta parete di roccia che comincia subito appena il mare finisce. Sulla parete di roccia ci sono i vigneti: essi sono un monumento di coraggio umano, di pazienza, di resistenza, di tenacia … Questo territorio è tanto erto e sassoso, che non solamente è difficolto-so alle capre montarvi, ma è quasi difficoltoso al volare degli uccelli”.
“La rinascita della Langa è avvenuta grazie a gente caparbia, che ha voluto scommettere sulle potenzialità del territorio. I risultati sono oggi visibili a tutti. Visto l’abbandono e il degrado delle Cinque Terre (dei 1.300 ettari coltivati una cinquantina d’anni fa ne sono rimasti circa 80, censiti dalla Guardia Forestale) la domanda che mi sono fatto è stata: perché tale abbandono? La principale causa è evidentemente l’enorme fatica che bisogna fare per produrre vino in tale situazione, soprattutto in relazione alla scarsa remunerazione. Questo spiega perché, in nessuno dei cinque paesi che compongono le Cinque Terre, esiste un solo viticoltore a tempo pieno, tutti lavorano la vigna part-time. All’improvviso il sogno: sarà mai possibile una vita decorosa e autosufficiente con i soli proventi della terra anche nelle Cinque Terre? Ed è qui che ha inizio la sfida, una grande sfida e una scelta molto difficile”.
Obiettivo principale di Elio Altare è stato quello di mantenere la vera identità del territorio, utilizzando solo vitigni indigeni, soprattutto Bosco, Albarola e una piccolissima percentuale di Vermentino.
“Quello che mi ha convinto delle potenzialità del luogo e di questi vitigni è stata una bottiglia di Cinqueterre di Walter De Batté, che è stato artefice della rinascita del territorio. La bottiglia, vecchia di dieci anni, presentava al naso profumi che ricordavano i fiori e i frutti mediterranei ed aveva la mineralità di un grande Riesling: mi ha stupito molto. Questo mi ha indotto a sognare sulle possibilità e le potenzialità di questo grande territorio dimenticato e abbandonato”.
Tutto il mondo conosce Elio Altare come grandissimo produttore di vini rossi, ma i bianchi, fino a quel momento, non fanno parte del suo bagaglio culturale. Decide allora di affidarsi all’esperienza locale, conosce un coetano di Riomaggiore, Antonio Bonanni, e con lui appronta le prime vinificazioni, nel rispetto della tradizione del territorio ma con il supporto della moderna tecnica. Affitta un container climatizzato dove mette le uve raccolte in giorni diversi.
Raggiunta la quantità sufficiente per riempire una vasca pigia e mantiene il mosto ad una temperatura di 12 gradi per 4 giorni a contato delle bucce. Quindi pressa e il mosto/vino continua lentamente la sua fermentazione alcolica ed in parte anche la malolattica. Il tutto in modo assolutamente naturale: senza lieviti aggiunti, enzimi, o altri agenti esterni che potrebbero condizionare la vera identità territoriale. Il vino, stabilizzato al freddo, non viene chiarificato né filtrato.