Quando nel 1985 Matteo Correggia eredita l’azienda agricola di famiglia dal padre, essa non è diversa da molte altre del Roero. Il boom della viticoltura è lontano e gli agricoltori della terra che si estende alla sinistra del fiume Tanaro coltivano frutta e ortaggi, accanto alle viti da cui ricavano vini destinati a pochi intimi. Matteo è un giovane agricoltore appassionato del nuovo mestiere. Lavora con attenzione, pronto ad imparare e migliorare in ogni piccola cosa: un tratto che diverrà caratteristico di tutta la sua esperienza.
Il rinascimento del vino, intanto, albeggia. Inaspettato come un germoglio sul tralcio, che ieri non c’era ed oggi esplode. Matteo decise che il suo progetto era semplice e per questo non vi avrebbe rinunciato. L’obiettivo? Fare, non solo produrre, vini da ricordare. Non fu una scelta facile. Fare qualità assoluta, in una terra ancora sottovalutata, perché incompresa, a molti sembrò una velleitaria presunzione. La realtà era dura, i pregiudizi numerosi. Matteo lasciò fuori dalla porta chi diceva che il Roero non poteva dare grandi vini e chi suggeriva con pavidità di non dedicarsi solo alla viticoltura; chi condannava le nuove tecniche, chi irrideva i diradamenti; chi diceva che se in certi luoghi la vite non c’era, mai avrebbe dovuto esserci.
Quando nel 2001 il destino ha privato la sua famiglia e il Roero di Matteo, egli aveva già completato la sua nuova cantina, raggiunto riconoscimenti internazionali, conosciuto i più grandi produttori del mondo e, al tempo stesso, mantenuto salde le radici nella propria terra. Serenamente consapevole del ruolo che il suo talento gli aveva ottenuto e che il suo senso di responsabilità gli imponeva di esercitare al meglio.