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Quest’azienda è la Amarelli, atto di nascita datato 1731, località Rossano Calabro, provincia di Cosenza. Una ditta familiare che di tradizione può vantarne in abbondanza, anche oltre la storia aziendale visto che le tracce dei baroni Amarelli risalgono all’Alto Medioevo, con un crociato, Alessandro, morto in Palestina, e, più vicino a noi, con un altro Amarelli, Francesco, che partecipa alla battaglia di Otranto, sanguinoso episodio dell’avanzata ottomana verso l’Occidente nel Cinquecento.
È più o meno in questo periodo che la famiglia si impegna nel campo che farà la sua fortuna, accompagnando un mutamento socio-economico: masticare la radix dulce, come viene indicata la liquirizia in latino, è abitudine individuale nota fin dal tempo degli egizi, un gesto comune delle comunità agricole, in quel tempo; invece, l’estrazione del succo dalle radici diventa oggetto di una produzione protoindustriale. Che decolla ai primi dell’Ottocento. Nella zona, nasce un vero e proprio distretto della liquirizia.
Una pasta nera e morbida. Nel 1731, appunto, gli Amarelli hanno aperto il loro “concio”: una specie di fornace dove la radice, una volta pulita, veniva sistemata in ceste dentro grandi cilindri in muratura sotto cui era alimentato il fuoco, l’acqua bolliva per giorni interi, finché restava una pasta morbida e nerastra da lavorare a mano ancora bollente. Il “concio”, secondo la descrizione di Vincenzo Padula, un sociologo calabrese dell’Ottocento, era «un piccolo paese» dove una cinquantina di uomini e donne (trinciatori, molinari, acquaioli, impastatrici) si affaccendavano a preparare il prodotto.
Cento anni dopo, gli Amarelli cominciano a espandersi. I Borboni concedono agevolazioni fiscali, i trasporti sono migliorati, la liquirizia calabra diventa anche un raffinato prodotto da esportare. Talvolta lo scambio è quasi primitivo, un baratto: in Francia con acque minerali, in Gran Bretagna con corredi da equitazione.
Il monopolio americano. I problemi non mancano. L’unificazione nazionale significa la fine delle agevolazioni fiscali. Le imprese che producono liquirizia vengono decimate. Gli Amarelli sono fra i pochi che resistono, anzi rilanciano passando alla produzione a vapore. Ma, nel giro di pochi decenni, arriva un’altra crisi. La provoca, negli Anni Trenta, una legge statunitense che impone la liquirizia come unico edulcorante ammesso. La Mac Forbes, una grande industria dolciaria Usa, cerca di assicurarsi il monopolio del prodotto calabro. I prezzi delle radici si impennano e buona parte delle ditte calabresi devono abbandonare il campo. Gli Amarelli riescono a essere fra i pochi che non chiudono e riescono a resistere finché, oltreoceano, vengono legalizzati anche altri tipi di edulcoranti.
Va notato che, fin da allora, è quella che oggi si chiamerebbe una produzione ecosostenibile: la caldaia è alimentata con la sansa, cioè col residuo della lavorazione delle olive, eliminando il problema dello smaltimento, così come il residuo dell’estrazione del succo dalle piante di liquirizia serviva sui terreni – come la torba – per garantire una certa umidità anche nei periodi più secchi.
Nel secondo dopoguerra, poi, arriva un nuovo salto in avanti con l’uso di macchinari moderni che, peraltro, non hanno cancellato la decisiva figura del “mastro liquiriziaio”, ovvero l’unico titolato a decidere il “punto di cottura” giusto durante la lavorazione della pasta. Una combinazione tra innovazione e tradizioni che ricorre anche in altri aspetti della vita dell’azienda. Per esempio, nella lontana decisione di regolare la successione alla guida dell’impresa solo in base all’anzianità, non al sesso degli eredi. È così che nella vita dell’Amarelli le donne hanno contato molto, come quella Giuseppina che si trovò a fronteggiare la crisi degli Anni Trenta. E come Pina Amarelli, nata Mengano e sposata, nel 1969, a Francesco Amarelli, una napoletana estroversa e infaticabile che, entrata nella famiglia, ha preso a cuore l’azienda e la sua storia, curando l’archivio del casato, rivitalizzando il marketing, limitando l’impatto ambientale della produzione e puntando rigorosamente sulla qualità, fino a diventare un personaggio - Lady Liquirizia, come è stata chiamata – amministratrice e volto pubblico dell’Amarelli.
È lei, appunto, che mostra una confezione di un secolo fa, una scatoletta di metallo ben decorata e integra, ovvero con la liquirizia ancora dentro: «Non saremmo durati trecento anni se non avessimo coltivato l’innovazione. E quella scatoletta è un bell’esempio, anche per i criteri che deve seguire oggi il nostro lavoro: nel metallo il prodotto si conserva al meglio. Oltretutto, eravamo ecologisti ante litteram, visto che un involucro di questo genere è riciclabile».